varie / 7 giugno 2019

«La musica è la mia ossessione, e il pop mi tiene giovane»

Uno scrittore e un cantautore si incontrano. E passato, presente, futuro in un dialogo senza zone d’ombra, dall’erotismo Anni ‘80 a quel che sta cambiando nella musica: «Rubin mi ha chiesto un disco che si possa ascoltare tra 10 anni senza rimpianti»

Estratto della lunga intervista che lo scrittore Paolo Giordano ha fatto al cantautore Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Dalle chiacchiere sugli inizi e i ricordi di famiglia ai motivi della scelta di andare a vivere a Cortona, vent’anni fa. Dal primo successo di «È qui la festa?» ai rapporti con la figlia Teresa (per la quale scrisse «Per te»). Fino alle riflessioni sul futuro della musica, sul pop, sulla nuova esperienza voluta dal suo produttore Rick Rubin. Potete leggere l’intervista integrale sul numero 23 di 7 in edicola da venerdì 6 giugno (e fino a giovedì 13) oppure in Pdf sulla Digital Edition del Corriere della Sera.


Saliamo in cima ai pochi filari di vigna e da lì Lorenzo indica il ciliegio: «Mi hanno detto che andrebbe tagliato, ma io non me la sento. Da bambino venivo a rubare le ciliegie, scavalcavo il muro lì, vedi?». La pianura toscana si estende fino a un orizzonte di foschia. Ecco la casa di Cortona in cui Lorenzo vive, o meglio «fa base», da quasi vent’anni, una casa che mi sembrava di aver visto senza averla mai vista. «Teresa è arrivata appena ci siamo trasferiti, forse l’abbiamo concepita la prima notte qui». Per un po’ restiamo incantati a guardare il robottino tagliaerba che si sta occupando in solitudine dell’ultima porzione di prato. «La sera va a ritirarsi sotto il capanno. È incredibile. All’inizio i cani erano sospettosi, ma adesso lo ignorano».

Al pianterreno, all’ingresso dello studio di registrazione, è appesa una cartina dell’Italia, di quelle che una volta si trovavano in ogni aula delle elementari. I Post-It segnalano le spiagge del Jova Beach Party, distribuite con equilibrio lungo tutta la costa, solo la Sicilia è sguarnita. «Non siamo riusciti a trovare un posto adatto», commenta Lorenzo dispiaciuto. Da scommessa giocosa, il tour delle spiagge si è rivelato più complicato del previsto, ha trascinato anche qualche polemica. Ma si vede che Lorenzo è impaziente di cominciare. Sul mixer sono appoggiati i rendering del palco: una scenografia fricchettona, perfetta per una festa d’estate. Che spiaggia in Liguria?, gli chiedo. «Albenga. Pensa che ci ho fatto il Car».


Già, me lo ricordo vagamente il militare Cherubini, che ai tempi era già Jovanotti.

«Facevo anche pubblicità alle forze dell’ordine. Scrissi la sigla di Classe di ferro, una canzone bruttissima, in cambio di quindici giorni di licenza». Lo studio vero e proprio si trova al piano più alto della casa: una grande stanza con finestre su tre lati e pareti dipinte con una foresta incongrua, dove convivono cactus e piante tropicali, uccelli marini e perfino, azzurrina al fondo di una laguna, la cupola di San Pietro. Lorenzo la vedeva dalla casa dov’è cresciuto.


Per qualche strano fenomeno gravitazionale, nelle due ore successive torneremo in continuazione sulla sua infanzia. E, per la stessa ragione misteriosa, ci troviamo adesso a parlare di com’era l’erotismo in quegli anni. 

«Il mio babbo portava a casa questi settimanali in cui c’erano le prime donne nude, mischiate alla politica e a tutto il resto. Be’, erano delle presenze… conturbanti. Anche se all’epoca non le vivevo così, ero un ragazzino, mi sembravano proprio spinte. Credo che avesse a che fare con le nostre mamme, mamme di un’altra epoca, di un altro mondo, mentre quelle ragazze, Gloria Guida, Ornella Muti, erano intraprendenti e sfacciate. Devastanti».


Un’idea di desiderio che si faceva largo piano, diversamente da quanto accade adesso. 

«La vera differenza, oggi, è l’accessibilità all’erotismo spinto. Per noi il porno era un giornaletto scovato da qualche parte, i fumetti. Non era a portata di clic».
Si potrebbe azzardare un parallelo facile con la musica: le canzoni, tutte, a portata di clic. 
«Per me è un pensiero fisso capire cosa sta cambiando nella musica. Uno potrebbe rispondere: non sta cambiando nulla, le canzoni belle si fanno comunque strada, il numero di quelle che rimangono è lo stesso, solo il rumore di fondo si è alzato… ma non è così. È arrivata una grande inondazione, e le inondazioni cambiano il paesaggio. Come devo stare io dentro questo nuovo paesaggio musicale?».

Il tuo ultimo disco, «Oh, vita!», è molto diverso dal solito paesaggio. 
«Mi sembra che questo abbia a che fare più con un’avventura personale che con la mia posizione nel mercato. Ho avuto la possibilità di collaborare con il miglior produttore che potessi incontrare nella mia carriera (Rick Rubin) e quella possibilità mi ha fatto azzerare ogni altra domanda».

Se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere il risultato, direi che «Oh, vita!» è un album “nudo”. Ti sei spogliato tu o ti ha spogliato Rubin?
«Lui, lui. Non gliene fregava niente di chi fossi, di tutte le aspettative che potevo avere attorno: a lui interessavano quel disco e quelle canzoni, voleva portarne fuori l’essenza, ottenere il massimo col minimo. È stato un percorso difficile, anche violento, perché io ho un’anima pop, un amore sincero per le canzonette…».

 

 

fonte: corriere.it
intervista completa su su 7 in edicola da venerdì 6 giugno oppure in Pdf sulla Digital Edition del Corriere della Sera



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