Lorenzo non aveva
mai suonato in
America, ma New York
é una cittá che ha
sempre avuto nel
cuore. Quando
finalmente ha
attaccato
la Grande
Mela, GQ é andato
con lui per
condividere i due
concerti, i giri per
la cittá, gli
incontri pubblici e
i momenti piú
privati
Questo é il racconto
di una settimana
newyorkese trascorsa
insieme con il noto
mensile attraverso
le fotografie e le
parole del suo
diario personale

13 febbraio 2009
Domattina si parte
per New York. Strano
viaggio. Si va a
suonare. Sono stato
a New York tante
volte. Adesso
abbiamo una stanza
in una strada vicino
a dove abita Martin
Mystère. Ma stavolta
vado a New York a
fare quello che
grazie anche a New
York e al suo mito
io faccio dal 1982:
musica.
14 febbraio 2009
Il primo San
Valentino da uomo
sposato con tanto di
anello al dito.
D’oro massiccio,
come d’oro è ciò che
l’alchimista cerca e
ottiene. Si va a New
York. New York. The
city that doesn’t
sleep. New York è in
me da quando ero
piccolissimo. Il
babbo andò a New
York con un
monsignore del
Vaticano che
lavorava all’Onu.
Ricordo foto,
diapositive e
filmini in super 8.
Poi ci andò Umberto
a 10 anni da solo
con un biglietto al
collo. Il
“passaporto con la
foto di un bambino”
che ho scritto in
Bella è proprio
quello, il suo.
IN VOLO

Mi vedo un film con
DiCaprio che
sconfigge i
terroristi islamici.
C’è una bella
infermiera
mediorientale e una
barca di cattivi. Il
film non è male.
DiCaprio mi è sempre
piaciuto. Belle le
città arabe. Nelle
città arabe mi sono
sempre sentito
accolto. La storia
dell’ospitalità è
vera. I caffè arabi,
il caos dei bazar,
l’ombra e il sole
divisi in modo
netto, il tappeto
come oggetto che da
solo è casa, mondo,
chiesa, tempio,
opera d’arte,
preghiera…
Ecco my wife
sleeping on the
airplane to New
York. Ce l’ho
portata io la prima
volta a New York. 14
anni fa. Le piacque
da matti. È la sua
città preferita.
Appena arriva a New
York ogni volta si
illumina. Per me New
York è una città
importante, ma non
posso dire che è il
mio posto preferito.
C’è troppo di tutto.
È un luogo che è
diventato un centro
per il consumo della
cultura e non per la
sua produzione.
New York è un grande
frullatore. Io
sono la New York di
me stesso. Mi
piacciono i posti
dove entro in
contatto con
l’ingrediente e poi
lo frullo io dopo.
Però tra frullatori
ci si intende.
Questa cosa che per
arrivarci da fuori,
dall’Italia, bisogna
fare il visto,
passare la dogana,
mostrare i
documenti, mi sembra
una forzatura. Io
queste frontiere le
abolirei. Davvero…
Ascoltando Debussy
con il mio iPod mi
sembra assurdo che
poi uno debba fare
la dogana. Siamo
stelle. Siamo
musica. Siamo troppo
per avere confini.
Tra due ore
atterriamo. Suonerò
a New York 2
concerti sold
out. La Fra mi ha
baciato dicendomi
che è fiera di me.
A NEW YORK

Arrivati. Comprato
Time Out.
“Charismatic Italian
singer, songwriter
and rapper”. Niente
male come
definizione. Non mi
sto ancora rendendo
conto che siamo qui
per suonare. 2
concerti 2. La band
arriva il 16.
Ho voglia di fare un
bello show.
Asciutto, intenso,
nella città che ha
dentro tutte le
città. Questa città
ha un effetto forte
su di me. L’effetto
che hanno in genere
le città, ma più
forte. Non posso
stare in una stanza.
Tutto mi chiama
fuori. Uscire per
strada. Con
qualsiasi condizione
atmosferica, in
qualsiasi ora,
uscire. Sentirmi un
globulo rosso in
queste arterie.
Qui non ho mai
scritto una canzone
perché ci sono così
tante canzoni, così
tante storie. Mi
assale il pensiero
di quelli che sono
arrivati qui in
cerca di fortuna. Il
900. Gershwin. Mamma
mia che cosa bella:
Bernstein, Kurt
Weill, Stravinskij e
poi il jazz, il
folk, la Pop Art. È
difficile trovare un
punto di appoggio. È
il turbinio delle
malinconie e degli
slanci.

15 febbraio 2009
Essere a New York a
suonare
inevitabilmente mi
fa salire anche una
parte di malinconia.
Sono stato qui la
prima volta nel
1989, ma già questa
città era in me da
prima. Nel 1989
avevo 22 anni e la
vita era facile e
nessuna coscienza
del dolore era in
me.
Tutto era illuminato
di un fosforescente
bagliore. Ora sono
qui e finalmente
porterò la mia
musica tra questi
palazzi, dove un po’
appartiene. Torna a
casa, oggi. Ho messo
l’iPod con i miei
pezzi randomizzati e
mi scoppiava il
cuore. Lì dentro ci
sono i miei genitori
ancora giovani, c’è
mio fratello
Umberto, c’è intatta
una visione delle
cose senza schema.
Quella forza c’è
fino alle ultime
canzoni. E quello è
il diamante che fa
brillare la
faccenda.
Ascoltavo il live
del 2002. Il mio
tour più bello
musicalmente è
quello che il
pubblico ha visto di
meno. Siamo battiti
di ali di farfalla.
Questi 2 show di New
York sono un dono
che significa
qualcosa. C’è di
mezzo l’amore. Li
stendiamo tutti!!!

17 febbraio 2009
Oggi c’è Sanremo.
Chissà se ce la
faranno queste
canzoni a dare un
po’ di energia a un
Paese che non sogna
più nulla. Un Paese
fatto di individui
che non riescono più
a sentirsi parte di
un viaggio più
grande del loro
piccolo mondo. Penso
a Modugno e alla
sua Volare,
all’Italia che
voleva volare,
ricostruirsi,
respirare il mondo,
essere bella e
grande, far
innamorare Dio,
sedurre il futuro.
Un’Italia
problematica ma
bella, raccontata da
un ritornello
potente, magico.
Rivoglio Volare.
Voglio una musica
per un popolo che sa
essere allegro. C’è
bisogno di più
amore, porco cane.
C’è bisogno di
raccontare una
storia nuova, dove
certe facce non
siano più
protagoniste. Mi
rendo conto che
questo quaderno può
sembrare il diario
di uno scemo
intontito dal
consenso, ma sono
qui per suonare e
suonare per me è
sempre stato un
motivo di
gratitudine. E
allora tutto appare
come musica, toni
musicali contagiano
la visione delle
cose.
Bisogna essere al
servizio della
musica. Alla musica
essere devoti… Non
so come. Non lo so,
non so. Riempio
questa pagina ma in
realtà queste parole
sono di poco aiuto.
La musica è musica.
Non ha significato,
ma solo
significante. Non
spiega nulla, ma è
sempre qualcosa. È
il vero mistero
chiaro e
inviolabile.
18 febbraio 2009
Concerto bellissimo.
Pubblico gioioso e
disposto a seguirci
in capo al mondo o
quasi. La Fra bella
come il sole. Aria
di festa. C’erano i
coniugi Dafoe, Giada
e Willem e lui, il
grande attore, mi ha
dettocose molto
belle dopo lo show.
È stato un giorno
memorabile. Una
splendida giornata,
direbbe il poeta.
New York!!!

20 febbraio 2009
Ieri sera ho cantato
bene. Mi piace
cantare, sempre di
più e sempre di più
lo faccio e mentre
lo faccio godo
proprio ma non come
un cantante. Godo
proprio come se
fossi una chitarra
nelle mani giuste.
Come un tamburo.
Godo come un tamburo
(questo è un bel
modo di dire nuovo
da lanciare). Godo
come un tamburo!
Pesci rossi a New
York. Stiamo girando
un filmino per il
canale musicale Nat
Geo Music col mio
vecchio amico
Michele Truglio,
compagno di 1.000
avventure.
Cerchiamo un titolo.
Ieri si parlava del
fatto che pare che i
pesci rossi hanno
una memoria che dura
tre secondi. Questo
fa sì che gli sembri
sempre tutto nuovo.
Eppure non hanno
l’aria di essere
entusiasti. Noi
siamo pesci rossi
con l’entusiasmo e
allora questo film
lo chiameremo così.
Pesci rossi a New
York. E poi il
locale di ieri si
chiama Poisson Rouge.
Ieri sera a fine
concerto è salito
sul palco il
reverendo Johnson e
ha fatto un breve ma
bellissimo sermone.
Il pubblico ha
gradito molto. Il
reverendo Johnson è
il padre di Mylious,
il mio batterista
che è di New York,
del Bronx. È un
pastore evangelista.
Un preacher alla
Blues Brothers con i
capelli rossi come
Malcolm X. Ieri al
concerto è venuto
Danilo Gallinari.
Nuova star Nba dei
Knicks di New York.
20 anni, 2 metri e
10. Mi ha raccontato
che a 4 anni è stato
a un mio concerto e
se l’è visto tutto
sulle spalle del suo
babbo. In suo
omaggio ho indossato
una maglia dei
Knicks. La sua. È
una bella storia. Un
italiano che gioca
nell’Nba. È una
bella storia. E il
basket è un bello
sport.

21 febbraio 2009
Siamo stati alla
redazione di Rolling
Stone. Luogo
storico. La cultura
rock. Ho fatto un
incontro con
studenti dell’NYU.
Due professori di
cinema e letteratura
italiana e io.
Abbiamo mostrato
alcuni miei video e
2 scene di 2 film
scelte da me, uno
americano e uno
italiano, i titoli
di testa di Saturday
Nigh Fevere la scena
dello zio Teo in Amarcord.
È stato bello. Ho
parlato sempre in
inglese. Good
Vibrations. Oggi
pensavo alla crisi
economica.
Pare che questa sia
una cosa molto
seria, dalla quale
si potrà uscire solo
con un ripensamento
di certi aspetti del
mercato. Io non ne
so nulla, sono
l’uomo più lontano
dal poter fare
un’analisi. Però
tenevo in mano una
banconota da un
dollaro e mi
sembrava e mi sembra
un oggetto antico,
come una specie di
papiro o una
pergamena o un libro
del Cinquecento.
Ecco. Per la prima
volta nella mia vita
un dollaro mi appare
come una cosa di un
mondo passato.
Questo strumento,
questo simbolo,
questo documento è
antico come
un’antica patente,
come il listino
prezzi di una casa
di tolleranza. La
mia riflessione
sulla crisi
economica finisce
qui.