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AUTOBIOGRAFIA DI UNA FESTA

Soleluna/Universal – n. catalogo 542972-2
pubblicato il 14.11.2000

TRACKLIST CD1:
Ahahahahahahahah-uuh-uh 0:22
Un raggio di sole 4:54
Dal basso (con Michael Franti) 6:39
Non c’è libertà 3:42
Questa è la mia casa 5:12
Si fondono 4:59
Grazie !! 1:04
Penso Positivo 6:53
La vita nell’era spaziale 6:25
Dolce fare niente 4:38
Serenata Rap 6:28
Stella cometa 4:04
La linea d’ombra (intro) 1:57
Il mio nome è mai + 5:12
Funky beat-o 4:52
Rappers’ delight: Medley con “Good Times” e “White Lines” 3:23
Non m’annoio 2:45

TRACKLIST CD2:
Una tribù che balla 3:42
Muoviti muoviti 4:38
L’albero (la band) 9:02
La mia moto 3:26
Per te 5:10
Piove 4:18
Bella 5:06
Un giorno di sole 5:17
Il resto va da sè-medley 6:08
L’ombelico del mondo 9:12
Gente della notte 4:52
Ciao mamma 3:52
Ragazzo fortunato 6:16
File not found 5:31 – info & video

Autobiografia di una festa è un doppio cd e testimonia il famoso “tour dei profumi“. Si tratta del primo live pubblicato su disco
Questa è un’introduzione scritta da Lorenzo che accompagna il disco:

Arrivo al palazzetto intorno alle tre e mezza, si e’ viaggiato la notte, dopo il concerto della sera prima. Preferisco viaggiare di notte, meno traffico, meno gente nei grill e poi dopo il concerto per almeno quattro cinque ore non riuscirei a dormire. Appena sceso dal palco dopo gli ultimi salamelecchi con il pubblico entro in una doccia bollente che Mario ha già aperto durante i bis, ci annego sotto per dieci minuti, pioggia tropicale di foresta pluviale, poi mi copro con tre accappatoi sovrapposti e mi sdraio. Arrivo alla fine dello spettacolo che non avrei la forza per fare un pezzo in più, ogni sera e’ così, come se fosse l’unica, la prima e l’ultima, come un approdo definitivo. Non riuscirei, se me lo chiedi subito dopo, a immaginare che domani sera devo fare la stessa cosa di nuovo e poi ancora il giorno dopo. In quel momento, sotto la doccia, ho detto il mio addio definitivo alle scene, si fa per dire. Dicono, quelli che se ne intendono, che e’ bene alzarsi da tavola sempre con un piccolo spazio ancora da riempire. Non ci riesco, sara’ fame atavica, io se ho davanti il bendiddio non mi alzo finchè non vedo la mia faccia riflessa sui piatti lucidati. Passano un paio d’ore, intanto il parcheggio si svuota.Rimane il palazzetto con uno strato di cartacce, umidità, bicchieri di plastica, a voltesi trovano scarpe, mutande, magliette, occhiali, telefonini. Un lenzuolo sfatto, umido e sfatto, non so se mi spiego. Mangio un piatto di riso o di pasta con legumi, bibite per recuperare i sali e gli zuccheri lasciati nelle orecchie della gente e poi si parte.Autostrada, autoradio, casello, albergo. Ci si sveglia all’una o alle due, di solito c’e’ una TV davanti al letto nella camera, non terrei mai la Tv nella camera da letto della mia casa, mi sembra una cosa inconcepibile avere quell’occhio puntato addosso mentre dormi. Con il telecomando che sta sul comodino accendo la TV mentre ancora la stanza e’ buia e la prima luce che vedo e’ quella dei servizi del TG1 dell’una e mezza, che poi e’ quello che stava per finire quando tornavo da scuola. Poi mi alzo e tutto il resto e poi chiamo la camera di Mario e chiedo a che ora si scende e lui mi chiede se voglio mangiare perche’ la cucina dell’albergo sta per chiudere e io dico che mangio in camerino quando arriviamo al palazzetto. Poi si va al palazzetto dove la crew sta finendo di montare tutto. Hanno finito di smontare il palco della sera prima verso le otto intanto una parte della roba dello show di due sere prima era gia’ arrivata nella citta’ dove stasera c’e’ il concerto (circa sette tir di cose). Arrivano verso le undici e cominciano a montare. In pratica sono due strutture identiche che girano, non farebbero in tempo a smontare una cosa cosi’ grossa e rimontarla il giorno dopo da un’altra parte. Solo certe cose sono in copia unica, tipo gli strumenti musicali, le casse, certe luci particolari, i musicisti, il cantante. Chissà tra qualche decennio potrei avere dei me che vanno in tour mentre io me ne sto a casa oppure vado a vedermi un concerto.
Un mio sogno e’ vedere un mio concerto dal vivo. Un altro e’ andare in orbita sullo shuttle. Il mio camerino di solito lo allestiscono in uno spogliato della squadra della citta’ (una volta fecero il mio camerino nello spogliatoio dell’arbitro). C’e’ un divano di vimini con un paio di poltrone, il lettino per il massaggio con il mobiletto di Fabrizio con tutte le pomate e compagnia bella. C’e’ un tavolino con il necessario per mangiare quello che mangio di solito tre quattro ore prima dello show: cereali, latte di riso, uva passa, un paio di banane, germe di grano, malto o sciroppo d’acero. C’e’ anche un grande thermos di acqua bollente e grandi tazze per preparare il mio tè verde cinese o giapponese. Ne ho vari tipi. Posso berne litri durante una giornata. I miei preferiti sono il sencha giapponese e il gun powder cinese. Ho anche un piccolo stereo con qualche CD e una decina di libri. La band arriva verso le cinque. Quando si gira in Italia si viaggia abbastanza divisi, in Europa invece si viaggia tutti insieme su un grande pullman con letti dentro e io preferisco quel modo di viaggiare ma in Italia non si puo’ per un po’ di motivi. Saturno viaggia su un monovolume con dj Aladdin, Tamburini va con Ernesttico, Pier, Michele e Pape sono nella macchina di Michele, io viaggio con la Fra e Pinocchio, quest’anno la Teresina e’ rimasta coi nonni, e’ stata con noi per tutto il periodo delle prove che abbiamo fatto in un albergo di Riccione e fino al debutto a Forli’ che se l’e’ visto tutto da dietro al palco in braccio alla sua mamma. La nostra macchina la guida Mario, che lavora con me dall’ottantotto e che si occupa di un sacco di cose, per esempio fare in modo che sia sempre tutto a posto. Quando tutta la band e’ dentro al palazzo, se tutto e’ montato si fa un sound check, ognuno prova il suo strumento, i tecnici delle luci puntano le luci, i fonici sistemano i suoni. Ogni palazzetto ha un suo suono, di solito in Italia tranne pochissime eccezioni e’ un suono pessimo e bisogna fare un grosso lavoro per raggiungere la decenza. Si verifica che tutto funzioni, a volte si improvvisa qualche piccola jam di riscaldamento. Per me e’ molto importante sentire quello che i musicisti improvvisano nelle jam dei sound check, se cominciano a suonare pezzi heavy metal o jazz super tirati puo’ voler dire che sul palco durane lo show sono frustrati e allora si sfogano nel sound check. Nel mio caso, con la mia band grazie a Dio questo non avviene mai. Si dice qualche battuta al microfono per salutare la crew che se c’e’ stato il concerto la sera prima da qualche parte significa che non ha dormito o quasi e come minimo meritano un po’ di calore umano da parte di noi che si sta sotto i riflettori e che alla fine siamo quelli che in tutta la faccenda ce la godiamo di piu’. Gli uomini della crew (e le donne naturalmente, sono di meno, ma ce ne sono anche di donne) sono un’umanità a parte, ci si potrebbe scrivere un libro su questa categoria a metà strada tra i nomadi freak e i tecnici ultraspecializzati che fanno convivere la precisione di un ingegnere con la ritualità di un indiano della prateria, ognuno di loro e’ un personaggio, con il suo look, le sue fissazioni e le sue piccole manie. A volte mi piace arrivare presto al palazzetto e vedere che montano il tetto delle luci e si arrampicano su quei tubi di acciaio e ci camminano sopra. Lo show inizia alle nove e a me piace che si inizi puntualissimi, quasi che uno ci puo’ rimettere l’oroglogio. Prima di quell’ora me ne sto in camerino con lo stereo acceso con musica che scelgo a seconda della giornata. La Lollo si occupa dei camerini e fa in modo di ricreare in ogni palazzetto una situazione accogliente con alcuni elementi che trasportiamo insieme agli strumenti e a tutto il resto. Una cosa che mi piace e’ avere il camerino con la luce piu’ bassa di quella che poi troverò sul palco mentre di solito i camerini hanno lampade al neon tipo macelleria che non conciliano nessuna possibilita’ di concentrazione. Se invece le luci sono soffuse poi quando esci sul palco e ti arriva addsso la scarica di luce di cinquecento Kilowatt ti sembra di nascere dalla pancia della mamma in quel momento , non so se mi spiego. Ho le mie convinzioni rispetto al mio ruolo sul palco ma non starò qui ad elencarle anche perche’ non me le ricordo più essendo tra l’altro nate a posteriori quando, come si può dire, il fatto era già avvenuto. La navigazione a vista rimane il mio metodo preferito e come si sa e’ anche il piu’ difficile e anche il meno sicuro ma fino a quando avrò io la responsabilità di decidere le rotte lo farò con il mio metodo. Tra le pochissime convinzioni che con il tempo acquistano in me maggiore solidità c’e’ quella che dice che nello spettacolo valgono le stesse regole della vita normale (poche e mutevoli), e anche nello spettacolo pensare pensieri comodi alla fine porta a vivere una vita costruita sulla menzogna prima di tutto verso se stessi per cui nello spettacolo la cosa che alla fine conta di più, come nella vita, e’ esserci, occupare lo spazio del volume del tuo corpo. Non e’ tanto l’essere, che non so bene cosa sia, ma l’esserci, ci siamo capiti. In pratica (ma prendete quello che vi dico con le dovute precauzioni, sono talmente tante le cose sulle quali ho cambiato idea che questa potrebbe benissimo diventare una di loro), lo spettacolo e’ lo spazio che occupi, con il corpo, con la voce, che si spande naturalemnte nello spazio, e, infine, con le idee. Ci sono cose che occupano poco spazio e che presto di dimenticano, altre che ne occupano così tanto da poter conteneri mondi interi. Quella che si definisce “società dello spettacolo” non e’ altro, a pensarci bene, che uno spazio occupato nel quale ci siamo tutti dentro. La musica e’ liquida, il pensiero e’ gassoso, le immagini sono solide, questo e’ qualcosa che sognai una notte dopo uno dei primi show di questo tour e ho piacere di farvelo conoscere. Tornando al giorno del concerto mancano circa due ore all’inizio e in queste due ore cerco di non parlare con nessuno, se possibile, cerco una specie di stato di catalessi in cui rallento tutte le mie attivita’ psicomotorie e mi occupo dell’indispensabile che poi e’ tutt’altro indispensabile visto da fuori.Fabrizio che e’ un grande fisioterapista e che e’ pure mio amico mi fa sdraiare sul lettino e mi fa un massaggio utilizzando tecniche miste prese dallo sport alcune e dalle discipline orientali altre. Durante il masaggio che dura circa quaranta minuti io cado come morto sotto le sue mani e mi risollevo come rinato e con il flusso di sangue potente come quello di un cavallo da corsa prima del palio di Siena. Poi con addosso l’accappatoio e i vari strati di ponchos di lana esco dal mio camerino e faccio un salto in quello della band che di solito e’ confinante con il mio e vedo che aria tira, si dicono quattro cazzate, si prende in giro qualcuno, poi loro vanno al catering a mangiare (ogni giorno con noi c’e’ una struttura viaggiante che prepara trecento colazioni trecento pranzi e trecento cene). Io me ne torno nella mia stanza e cerco di stare da solo con la Fra e Pinocchio per qualche minuto, questo mi dà molta carica. Poi quando manca un’ora faccio una mezzora di riscaldamento utilizzando alcune tecniche yoga imparate in giro e mezzora prima mi vesto per andare sul palco. in quella mezz’ora può succedere di dover ricevere qualche ospite, io cerco sempre di vedere tutti dopo, ma se c’e’ qualche parente stretto o qualche caro amico ho piacere di fare un’eccezione. Un quarto d’ora prima rimango da solo, raccolgo le mie forze, per cosi’ dire. Mario mi viene a prendere per andare in scena.

Questo e’ il racconto di quello che e’ successo prima di ogni spettacolo negli ultimi due tour fatti in Italia nei Palasport in una condizione da grande privilegiato che può permettersi lussi tipo un camerino tutto suo per se’ e un grande staff di collaboratori di livello altissimo che fanno sì che tutto funzioni sempre bene. Ma basta mettere il naso fuori dall’italia per ritrovarsi in camerini di locali piu’ o meno malandati a vivere quella che per certi versi e’ la più romantica vita on the road che dal punto di vista letterario ha di sicuro piu’ fascino. In entrambi i casi quello che per me conta e’ la musica e quello che succede quando sarò li’ con la mia band davanti alla gente che mi e’ venuta a vedere e che per quella sera ha scelto me.

La festa e’ la Festa e un concerto e’ una festa, un sacramento laico, un rito che io devo celebrare e che perche’ questo accada bisogna che coltivi la mia fede non so se mi spiego. Questo naturalmente e’ il mio punto di vista, ma una volta ascoltai un grande artista dire che il punto di vista e’ l’unica cosa che conta in un racconto. Il racconto in questo caso utilizza la musica. le luci, i corpi, gli odori, la temperatura, ma e’ pur sempre un racconto. Quando si spengono le luci del palazzetto e parte il boato della gente e’ una porta che si spalanca. C’e’ gente che lavora in questo settore e che per vari mesi all’anno lavora tre ore per notte, imprenditori che rischiano dei miliardi, altri che magari non investono miliardi ma che investono la tranquillita’ loro e delle loro famiglie, gente che nessuno mai riconoscera’ per strada e alla quale nessuno chiederà mai un autografo ma che fanno tutto questo per quel boato che a volte c’e’ quando si spengono le luci, vale più di otto ore di sonno. Ci si scambiano sguardi con gli altri della band, ci si fanno dei segni da astronauti, entra in ballo tutta la mitologia della Tavola Rotonda di Re’ Artu’ e Lancillotto, si indossano armature e microfoni, chitarre ebatterie, tastiere, cablati come con cordoni ombelicali verso l’elettricita’ che ci amplifica e ci rende giganti su quel palco a due metri e venti da terra. E si va. Mi guardo intorno, ho luci puntate negli occhi che fanno si’ che io intraveda appena quello che ho davanti, non riesco a distinguere le facce, vedo foreste di braccia alzate, la musica parte, il ritmo e’ una mamma protettiva, battiti rassicuranti, binari. La parola esce come fuoco dalla bocca, il controluce evidenzia le gocce di saliva che accompagnano la voce, la bocca e’ schiacciata nel ferro reticolato del microfono. Mi rendo conto di essere strumento di qualcosa, di un’aria che mi attraversa come una tromba. Non si può spiegare, e’ la musica, e’ la Festa. Non sono io, non sono i musicisti, non e’ il pubblico, non sono le luci, non e’ l’amplificazione. Siamo tutti dentro alla pancia della balena, la balena fa festa, e respira e ci digerisce e di noi si nutre e in cambio ci fa godere. Ho incontrato gente che ricorda la notte di un concerto come si ricordano i grandi riti della vita. C’e’ gente che era al concerto di Marley a San Siro e che ancora certe volte riesce a sentire l’odore del fumo che era nell’aria quella notte e che ti sconvolgeva anche se non avevi la canna in bocca. C’e’ gente che ricorda un concerto di Pino Daniele al Palaeur nei primi anni ottanta o quello dei Rolling a Torino quando l’Italia vinse i mondiali. Io andai a Londra per vedere il concerto contro l’Apartheid in Sudafrica e la maglietta che comprai mi segue in ogni trasloco di casa ed e’ una delle prime cose che sistemo in un armadio nuovo.Sono cresciuto ascoltando i racconti dei reduci dei grandi raduni e chi dice che ormai il mondo e’ cambiato e quelle emozioni non si possono provare più e’ solo attaccato alla propria giovinezza in modo tanto morboso da non poter pensare che altri la stiano vivendo adesso provando sensazioni forti come le aveva provate lui. Naturalmente io vorrei che un mio concerto piccolo o grande venisse vissuto così da chi lo viene a vedere e faccio di tutto perche’ sia così, poi si sa che la magia non e’ solo questione di formule, ma e’ pure vero che senza formule non si tratta di magia ma della natura mutevole delle cose.

A volte mi sento il mago della pioggia anche se semplicemente sono arrivato mentre stava per piovere.
L’importante e’ comunque che piova.