press / 23 dicembre 2017

“La libertà oggi è essere rock’n’roll”

L’artista si racconta a venti giorni dall’uscita di “Oh, Vita!” e a poche settimane dal tour: «Sarà uno spettacolo immersivo.
Il centro sarò io, sparso all’interno del palasport»


 
Lorenzo Cherubini, anzi, Jovanotti (una differenza c’è, poi vedremo quale) ha «bisogno di fermarsi almeno tre giorni». Da oggi risalirà in bici e farà centinaia di chilometri tra Umbria e Toscana, per ripartire ancora. «Dall’inizio del mese ho fatto dodici ore al giorno di interviste, dj set, canzoni, incontri al Jova Pop Shop e in diretta Facebook. Allo Shop, nel senso di negozio ma anche di laboratorio, abbiamo suonato, parlato, cantato, venivano a trovarmi gli amici. Mi sono sentito a casa, facevo ciò cha farei sempre, se potessi».

Un successo, a giudicare dalle code per entrarci.
«Tutte le mie cose hanno un aspetto sperimentale. Le faccio per capire delle cose. Nel caso del Pop Shop, ho capito che stiamo sfruttando il 2% delle possibilità di comunicazione che abbiamo. E non solo online. Anzi. Quelli del mondo della musica allo Shop mi dicevano: questo oggi è il locale più figo di Milano. Ci devo riflettere, devo capire se è stato un sogno oppure un seme».

È forse una nuova possibile forma d’espressione?

«È un approccio che voglio approfondire: lo chiamo rock’n’roll, un termine impreciso per esprimere un’idea che dentro di me è molto chiara. È l’approccio ribelle di chi ha voglia di sgomberare il campo continuamente, di chi è ribelle a qualsiasi ordine costituito, anche quello che uno impone a se stesso. Le chitarre elettriche non c’entrano, rock’n’roll è mettere in discussione tutto e sempre. E quando sanno dove trovarti, ti sposti».

È Bob Dylan che non va a prendere il Nobel.
  
«Oggi con il Gps, i messaggi, sappiamo sempre dove siamo e dove sono gli altri. La geolocalizzazione è sottovalutata, mentre in realtà è il segno del tempo. Sappiamo sempre che ora è, ci sembra di avere tutto sotto controllo. Il fatto è che non è vero, è impossibile».

Venti giorni dopo l’uscita, cosa pensa dell’album «Oh, Vita!»?  
«Oggi mi ha scritto Rick Rubin, il produttore dell’album: How do they like the album?, cosa si dice dell’album? Gli ho risposto che sono felice perché le reazioni sono estreme, a molti piace, qualcuno è deluso, ma sono un po’ gli stessi, che spero di deludere sempre. Mi ha scritto: bene, se fosse piaciuto a tutti non avremmo fatto un buon lavoro».

E lei che ne pensa?  
«È un album di canzoni in un momento in cui esistono quasi solo album di sound, di identità sonore. Poi Oh, Vita! spiazza anche me, figuriamoci gli altri. Mi espone e però mi rende libero, dopo 30 anni di musica riesce a non incasellarmi».

Quando è nato il progetto?
«Due anni fa in un ospedale qui in Toscana. Quel giorno il mio chitarrista, Riccardo Onori, non è potuto venire. Mi sono detto: può essere che non riesca a suonare per i malati le mie canzoni da solo? Che abbia sempre bisogno di un chitarrista? No, non è possibile. Imparo a suonare la chitarra e faccio un disco che posso suonare anche da solo. Ecco come è nato».

L’idea di libertà percorre tutto l’album «Oh, Vita!»: come se libertà e vita fossero sinonimi.  
«Le canzoni permettono queste confusioni, tolgono la forza di gravità alle parole. Oggi ascoltavo Oh, Vita! alla radio e mi chiedevo: come mi è venuto in mente questo ritornello? “Ma come posso io non celebrarti vita? Oh vita, oh vita”. Non lo so per certo, ma ha a che fare con cose che mi sono successe e con la quantità di morte che c’è nel mondo. È una mia risposta agli addii che sono stato costretto a dare. Poi le canzoni sono fatte di niente, sono magia pura. Meglio non analizzarle troppo».

Le davamo per morte. Invece…
«Non so, io provo grande stupore di fronte alle grandi canzoni. È l’unica forma d’arte che resiste, che non perde smalto. Posso immaginare un futuro senza film, ma non senza canzoni».

A proposito di canzoni, vecchie nuove: che tour sarà quello che parte a febbraio?
«Ci lavoro da luglio, sarà diverso da ogni cosa fatta in passato. Avevo iniziato con i collaboratori che per dieci anni hanno fatto un ottimo lavoro, poi ho capito che volevo idee nuove, ho trovato Paul Normandale, inglese, un gigante delle luci che ha lavorato con Coldplay, Arcade Fire. Per il design ho coinvolto i Giò Forma, di Milano, avevo bisogno di loro anche come interfaccia tecnica».

Come sarà lo spettacolo?
«Immersivo. Il centro dell’attenzione non sarà il grande schermo dietro il palco, come in tutti i concerti da dieci anni. Sarò io, ma sparso all’interno del palasport. Sarà un grande salone delle feste, ma di oggi».

Per questo si ferma nelle città a lungo? A Milano sono già in programma dieci concerti.
«Sì, ci mettiamo tre giorni a montare lo show. Ogni volta customizziamo la produzione in base al palasport».

Oggi non si può portare al Sud uno spettacolo così?
«È il mio cruccio più grande. Non si può portare neanche a Genova e a Pesaro, per dire. Non ci sono molte strutture in Italia dove si può fare. Non vado neanche in Puglia, e mi piange il cuore».

Il suo 2017 in poche parole.
«Un anno incredibile all’insegna dell’avventura. È partito con un viaggio, il giro in bici da solo in Nuova Zelanda ed è finito così. Mi sento ancora in Nuova Zelanda a studiare il meteo per capire se domani c’è vento oppure no».

E il 2018?
«Sarà l’anno dell’abbraccio, fino all’estate non mi fermo mai. Voglio passarlo a suonare».

Smette davvero in estate?
«Mi hanno proposto festival all’estero, a oggi ho detto di no».

Le mancheranno gli stadi?  
«Mi mancheranno, sono una grande figata, li farò ancora, spero. Ma questo tour nei palasport è una scelta artistica, ha a che fare con questo album. Basta guardare la copertina: c’è scritto Jovanotti, ma c’è la faccia di Lorenzo. Un nome che evoca una storia e una fotografia di una mattina di mercoledì davanti a un muro bianco, senza trucco né guardaroba».

E poi c’è il titolo: «Oh, Vita!».  
«Non lascia spazio ad ambiguità. Oggi bisogna tirar giù il calibro pesante, bisogna celebrare la vita. Ho a cuore la Storia, la creatività, la giustizia, i diritti, vita, amore, tradimento, scienza, progresso, l’uomo e la macchina, l’intelligenza e l’intelligenza artificiale. È come quella scena di Walk the Line, il film sulla vita di Johnny Cash. Sam Phillips gli dice: se tu stessi per essere schiacciato da un camion e potessi cantare una sola canzone, quella con cui verrai ricordato, cosa canteresti? Ecco, oggi sento questa urgenza».

 

fonte: la stampa.it – Piero Negri



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