varie / 11 dicembre 2017

“Batto il tempo così lui non batte me. Sono ancora un ragazzo fortunato”

Il nuovo album “Oh, Vita!”: “Un atto di coraggio, avevo paura che non funzionasse”

 

Milano, piazza Gae Aulenti. In alto i grattacieli, il Bosco Verticale, il palazzo della giunta regionale, l’Unicredit Tower, in basso una folla in coda ordinata e silenziosa. Ragazzi ed ex ragazzi degli anni 90 aspettano il loro turno per entrare nel JovaPopShop, un negozio temporaneo, aperto in occasione dell’uscita del nuovo album di Jovanotti, Oh, Vita!. Dentro c’è lui, che suona, da una settimana tutti i giorni, dal pomeriggio fino alle dieci, alle undici di sera. Ogni mezzora viene fatto uscire il pubblico per far entrare un gruppo nuovo di fan. E Lorenzo ricomincia a cantare per i nuovi arrivati. Dietro al palchetto allestito nel negozio c’è il suo staff, i suoi amici e la sua bella Francesca, sempre presente, sempre attenta con i suoi occhi di un blu magnetico. Mi dice: “È un’impresa farlo scendere dal palco”. Aspettiamo, poi finalmente arriva.
Cantare per ore, da giorni in un negozio, ma chi glielo fa fare?
Mi piace, mi serve per provare, per sentire la temperatura, la reazione delle persone al nuovo disco, nei palasport non ho mai il pubblico così fisicamente vicino.

Il nuovo album è davvero diverso da tutto quello fin qui fatto. Per cambiare così tanto a 51 anni, dopo 30 anni di carriera e 13 dischi, ci vuole più coraggio, più umiltà o qualche insoddisfazione?
C’era voglia! Se avessi detto “ragazzi non sono soddisfatto” dopo l’ultimo album che ha avuto cinque dischi di platino e 800 mila persone nel tour sarei stato uno da menare! C’era invece il desiderio di uscire dal castello dorato in cui mi ero ritrovato. È una bellezza essere una rockstar, ma mi piace l’idea di essere un artista avventuroso, che si prende dei rischi, che fa qualche salto nel vuoto. Ci voleva un atto di coraggio che probabilmente non sarebbe stato così decisivo se non avessi incontrato Rick Rubin. Mi sono affidato al più grande produttore di tutti i tempi.

Lei ha detto: “Rubin mi ha messo a nudo partendo dalle mie debolezze”. Quali sono?
Lui ha messo in evidenza la mia voce, che è tutto tranne che una voce da cantante, è il contrario: non ha la perfetta intonazione, non ha il timbro vellutato, non ha l’estensione, come quasi tutti i rapper. La mia è una voce maleducata, rispetto alla tradizione del bel canto. Ho sempre pensato che non mi avrebbero mai preso in un talent show, anzi non sarei arrivato nemmeno alle preselezioni, ho pure la s con la lisca. Però poi sono 30 anni che sono qui e la reazione a questo disco è strepitosa.

Che rapporto ha con il successo?
Il successo mi è arrivato prima ancora delle canzoni, mi è arrivato quasi in classe a scuola. Non l’ho mai cercato, è arrivato.

Quanto è faticoso dover piacere a un pubblico così vasto?
È una bella sfida, ma io sono iper-competitivo, rispetto a me stesso, rispetto alla scena musicale. Non sono mica disinteressato a confrontarmi con quello che chiamiamo ‘successo’, ma di fatto è un participio passato. È una cosa che è già successa, a me interessa quello che sta per succedere.

Paura di non essere capito, cambiando così tanto direzione, l’ha avuta?
Molta. Avevo paura che questo disco non funzionasse e avevo paura di come avrei potuto reagire. Ma sentivo che in questo disco c’era una mia verità forte ed ero molto curioso di vedere l’effetto di un album così crudo, con la mia voce in faccia, dove non vengono corrette le imprecisioni, dove si sente il mio respiro. È quasi un disco in bianco e nero.

Nel 2008 prestò a Walter Veltroni una sua canzone, “Mi fido di te”, per la sua campagna elettorale. In realtà quello non era un testo trionfalistico, anzi ci si chiedeva cosa si era disposti a perdere per progredire. Per Veltroni è finita come è finita. Oggi presterebbe ancora una sua canzone per una campagna elettorale?
No, non lo rifarei perché sono cambiate tante cose nel clima politico, è troppo feroce. In quegli anni non c’erano questi toni. La cosa più importante per me resta la musica, e la musica è di tutti e per tutti, quando va in mano agli altri ne perdi il controllo: non posso sapere le strumentalizzazioni che poi si fanno delle mie canzoni. Non mi piace questo clima, la battaglia politica mi interessa meno di quanto mi interessava in quegli anni. Ovviamente andrò a votare, perché questo calo di affluenza mi preoccupa. Sono disposto a dire pubblicamente la mia opinione, ma non più a ‘prestare’ una mia canzone. Allora l’idea di Veltroni e la nascita del Pd mi avevano coinvolto emotivamente, avevo creduto al Pd del Lingotto, in quel momento andava bene così, adesso non lo rifarei.

Nel suo libro-rivista SBAM! confessa: “Anch’io ho avuto una sbandata per la vecchia idea di una politica fatta di consenso…”. Cosa le ha fatto cambiare idea?
In questo Paese, quando si raggiunge il potere, lo si usa per conservarlo e non per poter fare qualcosa. In inglese power significa energia, quando va via la luce si dice “the power goes out”. Mentre noi diamo al potere il significato di qualcosa che ferma le cose, identifichiamo il potere come un tappo che si mette sopra alle cose, mentre il potere è movimento. Si dovrebbe pensare: “Ho ottenuto il consenso per fare le cose che ho promesso”, invece si raggiungono i posti di prestigio e tutto il lavoro serve solo a mantenere quel potere e a non perderlo più.

C’è qualcosa che proprio le dispiace che dicano di lei?
In generale mi dispiace il pregiudizio. Mi agita la strumentalizzazione, non mi piace quando mi eleggono a simbolo di qualche cosa.

Ma il suo peggior difetto invece qual è?
Sono distratto con le persone intorno a me, a volte ego-riferito, altrimenti mica avrei fatto questo lavoro qui, avrei aperto una onlus, che poi magari sono ego-riferiti pure quelli che aprono le onlus eh… almeno un cantante fa il cantante, l’altro dice “io faccio del bene all’umanità”, io invece faccio solo canzoni (ride).

 

fonte: il fattoquotidiano.it



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