varie / 7 novembre 2017

«Quando il mio amico diventò terrorista»

C’è un inedito ricordo dell’infanzia di Jovanotti nell’intervista di copertina, sul nuovo numero di Vanity Fair, in edicola l’8 novembre

In Vaticano mio padre aveva un collega, un suo superiore, Luciano Casimirri. Nei fine settimana, con una moglie dal nome indimenticabile, Ermanzia, ci invitava nella casa di campagna di Monterotondo, io avevo otto-dieci anni e loro ci raccontavano con ammirazione del figlio Alessio. Era molto più adulto di me e, a detta dei suoi, era un sub provetto. Io me l’immaginavo subito come una specie di Jacques Costeau e fantasticavo su questo lupo di mare (…). Una di quelle domeniche Alessio si manifestò e mi portò nella sua stanza per mostrarmi pesci bellissimi di ogni dimensione, tutti catturati e catalogati da lui, tra cui spiccava la foto di una micidiale murena.

Venni a sapere, anni dopo, che era entrato a far parte delle Brigate Rosse partecipando al rapimento di Aldo Moro e al massacro della sua scorta in Via Fani per poi scappare in Nicaragua».

C’è anche questo inedito ricordo d’infanzia nell’intervista di copertina che Vanity Fair pubblica nel numero in edicola da mercoledì 8 novembre. Dove Jovanotti – dopo due anni di silenzio – si racconta senza filtri alla vigilia del lancio del suo quattordicesimo album, Oh, vita! (in uscita l’1 dicembre), che esce a quasi trent’anni dal primo, Jovanotti for President.

E dove posa per un’artista, Nan Goldin, che non ha mai scattato la copertina di una rivista prima, e che ha fatto la storia della fotografia – la sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, è in mostra fino al 26 novembre alla Triennale di Milano («Nel disco non ci sono trucchi», dice Jovanotti, «e quindi anche le foto di Nan sono così: nude»).

Uno dei temi che affronta nell’intervista è proprio il modo in cui, in questa trentennale carriera, è cambiato il suo modo di fare musica e, quindi, il suo rapporto con la critica, che agli inizi era spietata per lui: «Il settimanale Cuore, nella top ten delle cose per cui valeva la pena vivere, a metà degli anni ’90 aveva un sinistro “appendere Jovanotti per le palle”. Le critiche mi facevano male, ma le assorbivo in modo un po’ cattolico. I cattolici percepiscono il male come qualcosa che prima o poi passerà. Non ho mai pensato che quei giudizi fossero irreversibili e anzi, in qualche maniera mi stimolavano a lavorare sul miglioramento. (…) L’accanimento nei miei confronti ha almeno prodotto qualcosa di buono. Che dopo di me, con gli altri, i commentatori sono stati più attenti. Oggi, quando si affaccia un fenomeno, c’è più cautela. Anche se ti fa schifo e non lo capisci, non dici “questo è un coglione”. (…) Non mi sentivo un coglione, ma devo dire che quando rivedo le mie cose degli anni ‘80 o vedo altri artisti diventati poi adulti, nelle loro esibizioni giovanili, provo imbarazzo e penso che tutti, nessuno escluso, erano migliori di me. (…) L’imbarazzo non ha niente a che vedere con la vergogna. Io non mi vergogno di niente. Non vorrei mai cancellare quel pezzo di storia, il mio passato, né far finta che non sia esistito. Soprattutto dei disastri di un debutto. Li osservo con allegria.Perché ho imparato che poche cose sono più importanti di saper ridere di sé».

Su un lontano pranzo con Berlusconi: «Ci mostrò la villa, la pinacoteca, la palestra. Giocava il Milan a San Siro e ci invitò ad andarlo a vedere dopo pranzo. Con l’elicottero. Atterrammo nel parcheggio di San Siro e lui disse: “chi non piscia in compagnia…” con un tono un po’ goliardico, non mi stupii perché quella tradizione tutta maschile l’avevo già praticata. Ma non credo che io per lui fossi speciale, penso soltanto che quello spettacolo fosse parte del kit».

Sul caso Weinstein:
«Se sei in una situazione di grande potere hai più responsabilità rispetto alle scelte degli altri. Tra dieci anni, quando un produttore non inviterà più una ragazza di vent’anni con i pantaloni abbassati in camera sua perché sa che potrebbe andare in galera, un passo avanti sarà stato fatto. Ma il passo più grande si farà quando a far paura a un uomo non sarà la galera, ma l’abitudine alla propria prepotenza».

fonte: vanityfair.it



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