nonsolojova / 24 gennaio 2017

MANNARINO: INNO ALLA GIOIA TRA SAMBA, ROCK E FOLK

Il nuovo album di Alessandro Mannarino noto anche solo come Mannarino si sta rivelando un grande successo di vendite, esordendo al primo posto in classifica. “APRITI CIELO” è stato anticipato dal singolo “Arca di Noè” scritto in collaborazione con Franco Cava e Muri Costa. Riportiamo l’intervista pubblicata da XL Repubblica.


 

“La musica crea uno spiraglio nel cielo”, scriveva Charles Baudelaire. Stesso concetto in forme diverse per Alessandro Mannarino nel suo nuovo album Apriti cielo. Colori caldi, bandiere tagliate, saudade per un’umanità persa, un abbraccio comune per ritrovare insieme la speranza e la forza di dire no.

 

Oltre 30.000 biglietti venduti per un tour all’insegna del sold out. Un ritorno sulla scena dai grandi numeri e con un pubblico sempre più fedele. Cosa hai fatto nel frattempo e quando è arrivata l’ispirazione per questo nuovo lavoro?
“Parte già durante il tour dello scorso album, già allora pensavo a questo disco. Poi ho fatto qualche viaggio che mi ha chiarito le idee rispetto al mood che si ritrova in questo lavoro. Sono stato soprattutto in Sud America e infatti l’influenza della musica brasiliana è preponderante, tra l’altro, si sono festeggiati i 100 anni dal primo Samba (1916). Ecco mi sono ispirato a quel mondo, per portare in questo disco l’idea della celebrazione della gioia”.
Dalla “rabbia” al “cielo”, il tuo è un percorso discografico che, lavoro dopo lavoro, sembrerebbe elevarsi verso qualcosa. Qual è il punto di arrivo per un artista come te nato tra e per la gente? La vera ispirazione viene dal basso?
“Diciamo che l’ispirazione la prendo dal basso e dall’alto, nel punto d’incontro: cerco di far incontrare la strada con dei concetti e dei pensieri, una ricerca che mira in alto, che va a cercare delle domande importanti sulla società e l’umanità”.

“Il samba è una tristezza che balla”, Apriti cielo, più che in altri tuoi lavori, è un album che si lascia ascoltare e ballare, questo grazie a influenze musicali oltreoceano che si sentono e in maniera netta. Chi ti ha ispirato?
“Nel percorso personale di un artista negli anni si hanno delle fascinazioni diverse: io ho cominciato con l’ispirarmi ai cantautori come Fabrizio De Andrè e Tom Waits. In questo album ci sono ricerche musicali degli ultimi anni, da Chico Buarque a Vinicius De Moraes, le scuole brasiliane insomma. Volevo rendere questa ricerca dell’impellenza di affrontare il mio tempo più leggera e soprattutto volevo poter trasformare la tristezza in speranza”.

In questi tre anni i social si sono impadroniti sempre più anche della musica: si condivide, si twitta, si segue, si creano playlist… Come vivi questa giungla 2.0, tu che timidamente hai fatto solo di recente la tua prima diretta Facebook?
“Dire oggi “sto lontano dai social” sarebbe come a inizio secolo dire di non usare il telefono, sono strumenti della comunicazione nati da poco ma necessari. La cosa che mi piace dei social o comunque il lato positivo è che non hai più bisogno di filtri: la tua verità la dici tu, non è il giornalista o un apparato esterno che decide cosa comunichi”.

In Tevere Grand Hotel lo sfondo era il Casilino 900, campo rom chiuso ormai nel 2010, simbolo di una Roma “diversamente accogliente”. Oggi la situazione è decisamente peggiorata con strutture inesistenti e insufficienti per l’emergenza immigrazione. Tu sei stato da sempre sensibile al tema dei diritti umani tanto da vincere nel 2014 il Premio Amnesty international. Come vivi questa perdita di umanità della Capitale?
“Bisogna distinguere le istituzioni e la gente: che le istituzioni chiudano i centri di accoglienza lasciando le persone al gelo è vergognoso, mi viene voglia di… impone una riflessione su chi governa e su quale sia il loro pensiero. L’altra cosa sono le persone, si respira razzismo nelle periferie e per me questo è stato il gran lavoro dei governi che hanno spostato il vettore della protesta dal basso verso l’alto, dal basso verso l’infimo. Hanno convogliato la rabbia sociale verso gli indifesi”.

In Babalù come fu per Vivere la vita, torna la voce di un bambino: sono loro gli ultimi portatori sani di innocenza?
“I bambini sono il futuro però non c’è futuro roseo o assolato senza un presente in grado di costruirlo quindi oggi dobbiamo puntare sui bambini, ma bisogna che crescano con genitori sani, quindi la responsabilità è nel presente”.

In Frontiera canti: “Venne il tempo in cui il Paese fu di un unico colore”. Il tema della guerra (quanto mai attuale) trattato col linguaggio dell’amore. Cosa ti ha ispirato la storia del brano? 
“Sono anni che serpeggia questa paura e il mondo sembra una polveriera pronta a saltare. Poi c’è un altro tipo di guerra invisibile oltre a quella dei bombardamenti che fa morti, c’è la guerra dei capitali, ancora più devastante che fa dei morti senza bombe. Diciamo che il mondo è in guerra in questa momento”.

I tuoi sono live sempre molto coinvolgenti: cosa hai pensato per questo nuovo tour? 
“Si sto preparando un live che unirà tutti i miei temi a quello della festa. Un concerto dove al centro ci sarà la responsabilità della propria gioia…”.

Dobbiamo aspettarci ballerine brasiliane sul palco?
“No… quelle non so, ma l’infradito sicuramente”.

“Con la tonaca e la stola, lo scettro e la corona, nasconde la pistola… serve la bandiera o le stelle”: la tua “Roma” diventa ancora una volta oggetto e soggetto delle tue parole. A tuo avviso è arrivato il momento per la citta eterna, rimasta “muta”, di ritrovare la voce? 
“Il coraggio”.



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