varie / 10 aprile 2016

Jovanotti, De André e De Gregori: Zhang e la via cinese dei cantautori

Un ragazzo cinese nei suoi studi a Milano scopre i grandi cantanti italiani. Tornato in Cina li ha tradotti e pubblicato un libro: «Da noi non c’è nulla di paragonabile»n ragazzo cinese nei suoi studi a Milano scopre i grandi cantanti italiani. Tornato in Cina li ha tradotti e pubblicato un libro: «Da noi non c’è nulla di paragonabile»

 

«E dopo la mia vita non è più stata la stessa». «Dopo» vuol dire dopo aver conosciuto le canzoni di Fabrizio De André. «E Battisti, Dalla, De Gregori, Fossati, Guccini. E Bennato, Rino Gaetano, Jannacci, Ligabue, Vasco Rossi, Tenco. E altri ancora». Non sarebbe il solo, se chi lo afferma con foga fosse italiano. Ma Zhang Changxiao è cinese e la folgorazione sulla via dei cantautori italiani lo ha convinto, con sprezzo del rischio, che per la loro musica ci sia posto in Cina. Che i loro testi possano essere compresi e apprezzati.
Zhang ha 28 anni ed è nato a Jinan nello Shandong (la provincia che ha dato i natali a Confucio). Nel 2012 era a Milano, dove per un anno ha frequentato il Politecnico. L’illuminazione lo ha colto sul lago di Como, «quando ascoltai per caso un brano bellissimo. Un’amica mi disse che si trattava di “Nella mia ora di libertà” di De André. Volli scoprire di più. Scoprii anche “Quello che non ho”, straordinaria: me la feci tradurre e trovai che aveva un testo perfetto», racconta. Da quel momento la passione è diventata missione. Zhang si è messo a raccogliere dischi e testi, a studiare. Quindi un passo ulteriore: un libro pubblicato in Cina.
Uscito da alcuni mesi, il volume è un’introduzione ai cantautori italiani, spiegati a un pubblico cinese che potrebbe, come spesso accade, avere soltanto una vaga idea di dove sia l’Italia o quantomeno che ci possa essere dell’altro oltre alla Ferrari, al calcio, alla moda. E l’ottimismo sulla sorte dei cantautori in Cina? «Da noi non abbiamo nulla di paragonabile. Ci sono il folk, il pop, la tradizione colta. Ma i vostri cantautori hanno testi che sono poeticamente autonomi e compiuti che si fondono con una musica che risente tanto del vostro patrimonio classico». Una produzione ormai fuori tempo in Italia ma, assicura, «attuale per la Cina».
Nel libro Zhang ha tradotto alcuni testi per ciascun autore, tutti i più famosi insieme con scelte anche sorprendenti, come Baccini, Gaber (con «Far finta di essere sani» e un frammento della fluviale «Io se fossi Dio»), Ivan Graziani, rispettando struttura e ritmo delle canzoni, «in modo che le versioni possano accordarsi alla musica». Sono i temi esistenziali a convincerlo, manca della produzione dei cantautori l’aspetto politico che pure ha attraversato la sensibilità di molti di loro (non tutti): «Sarebbe difficile da far capire in Cina», ammette. Ora — presentato il libro nella Repubblica popolare, incontrati in Italia alcuni dei musicisti, trovato il sostegno di critici musicali e celebri rocker cinesi — Zhang si propone come «ambasciatore della musica italiana», ha lasciato l’ingegneria per l’attività di promoter e sui social cinesi (sul popolare servizio «qq») ha lanciato una playlist di autori italiani, da Pierangelo Bertoli a Ligabue. Qui, però, la supremazia dei cantautori pare vacillare: «Il più ascoltato — sorride — è Jovanotti con “A te”. Dopo di lui “Sally” di Vasco Rossi. Però subito dopo vengono “Il testamento di Tito” di De André e “Il mio canto libero” di Battisti». I cantautori non tradiscono Zhang.

fonte: corriere.it



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