Inserito da Mau il 3 set, 2010 - categoria:
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L’anno scorso ho attraversato l’Iran con la biciletta, un viaggio attraverso i grandi spazi deserti e le città. L’Iran è un Paese bellissimo e complesso abitato da gente di una gentilezza ospitale e riservata.
Le strade di Teheran sono piene di giovani che amano profondamente il loro paese e la propria cultura tanto quanto amano e sognano più libertà, più modernità, più apertura verso il mondo senza rinunciare al loro spirito.
L’Iran è uno dei luoghi chiave del pianeta e la nostra battaglia per liberare Sakineh, anche se condotta a distanza, è giusta e non rivolta contro il popolo iraniano ma contro quei pochi che con una barbarie del genere raccontano al mondo un’immagine del proprio Paese che non corrisponde affatto alla realtà.
fonte: repubblica
Inserito da Mau il 15 ago, 2010 - categoria:
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Niccolò Fabi ha chiamato a raccolta gli amici musicisti per un grande concerto per ricordare la figlia Olivia,morta il 4 luglio di meningite. La piccola il 30 agosto prossimo avrebbe compiuto 2 anni. Il concerto è in programma il 30 agosto dalle ore 15 al Casale sul Treja vicino Roma.
Sono moltissimi gli artisti che hanno già confermato la loro presenza all’evento, che sosterra’ la causa di Medici con l’Africa Cuamm. Tra questi, Jovanotti, Max Gazze’, Daniele Silvestri, Elisa e Gianni Morandi.
Per maggiori informazioni: www.paroledilulu.it
Inserito da Mau il 21 giu, 2010 - categoria:
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Lì sotto quel panama bianco c’è il sorriso di Sergio Mendes, una leggenda brasiliana per servirvi, e uno non se l’aspetta tanto candore entusiasta da un artista che nel 1968 era già in tournèe con Frank Sinatra e si ritrovava nei camerini con il resto del Rat Pack (Dean Martin e Sammy Davis jr., scusate se è poco). Questo uomo minuto, quasi impercettibile quando parla in una saletta dell’elisabettiano Landmark, mezzo secolo fa si è caricato in spalle la bossanova e, insieme con Jobim, Vinicius de Moraes e Joao Gilberto e tutti gli altri, l’ha portata in giro per il mondo. Ricordate il coro iniziale di Mas que nada? Nell’esperanto della musica, ecco, non c’è miglior sinonimo di allegria e sensualità. Ora Sergio Mendes, che ha sessantanove anni e una vita favolosa alle spalle, festeggia con Bom tempo, un cd che secondo Billboard lo conferma «maestro della fusion» e che nessuno potrà ascoltare senza ballare almeno un po’. Così, seguendo semplicemente il pulsare sanguigno dei suoni.
Però Mendes, cinquant’anni ma sembra ieri.
«Jobim, che è un mio grande amico, è stato l’inventore della bossanova. Ma allora tutti noi, che l’abbiamo vissuta sin dall’inizio, non ci rendevamo conto di essere in un momento storico così importante».
Quando lo ha capito?
«Quando nel ‘62 sono andato a suonare alla Carnegie Hall di New York a suonare con un mostro come Dizzy Gillespie».
Lei aveva 21 anni.
«Tutto era partito due anni prima. Sono nato a Niteroi, un paesino vicino a Rio. E proprio nel 1960 avevo avuto il mio primo ingaggio: alcune esibizioni in un club di Capacabana. In cambio mi davano solo da mangiare e da bere».
Ma nel 1968 era già in tournèe con Frank Sinatra.
«Dopo il colpo di stato in Brasile del ‘64 mi ero trasferito a Los Angeles. Avevo il mio Trio e provavamo in un piccolo club, lo Shelley Manne Hole: ci veniva ad ascoltare anche Chet Baker. Poi trovai la casa discografica giusta (la A&M) e le radio di tutto il mondo iniziarono a trasmettere Mas que nada. Ero entusiasta».
Ci mancherebbe.
«Ma lo ero soprattutto perché in ogni continente la gente cantasse una canzone brasiliana senza neanche capirne la lingua. In concerto cantavo anche classici in inglese e lo stesso Sinatra interpretava And I think I’m going out of my head. In quel periodo flirtava con Mia Farrow. Poi siamo di nuovo andati in tour nel 1980».
Poco tempo dopo si è esibito per l’ultima volta alla Casa Bianca.
«Reagan aveva dato un ricevimento per il presidente brasiliano. Io vado al pomeriggio per regolare i suoni, mi siedo al piano e dopo qualche minuto alle mie spalle arriva Sinatra e mi aggiusta il microfono. Poi mi dice: “Nancy Reagan mi ha chiesto di venire a dare un’occhiata, adesso torno a New York”. Aveva preso l’aereo apposta!».
Sembra roba di un secolo fa.
«E invece nel 2006 mi è venuto a cercare anche Will.I.am dei Black Eyed Peas. Si è presentato a casa mia a Los Angeles con tutti i miei dischi in vinile dicendomi: “Sei una delle mie più grandi influenze”. E mi sono accorto che la loro versione di Mas que nada, nella quale canto anche io, è stata una sorpresa per i giovanissimi».
Lei è un crocevia dal quale sono passati tanti musicisti.
«Vinicius de Moraes ha scritto che “La vita è l’arte dell’incontro”. Sono d’accordo».Il più strano?
«Nel 1970 volevo costruire uno studio di registrazione nella mia casa di Los Angeles. Cerco un falegname e si presenta un cappellone vestito da hippy. Mi dice: non so fare questo lavoro ma lo imparerò. E in effetti lo ha fatto bene. Nelle pause dal lavoro, saliva su di un albero a leggere copioni. Pochi anni dopo lo vedo in American graffiti e lo riconosco: era Harrison Ford. Quando ci incontriamo, scherziamo sempre su quell’episodio».
Però ha anche incontrato gli italiani Zucchero e Jovanotti.
«Con Zucchero ho inciso Oceano di silenzi. Con Lorenzo ho collaborato per il brano Punto. Ma avevamo già lavorato insieme. Qualche anno si si era presentato dopo un mio concerto a Umbria Jazz (o era il Festivalbar?) e mi aveva colpito. Così poi l’ho chiamato per rappare in Lugar Comum dal mio disco Encanto. E mi piacerebbe ancora lavorare con lui: ha una grande energia».
Lei il prossimo anno compirà settant’anni, l’età in cui di solito comincia la santificazione delle star.
«Ma io per mantenere i piedi per terra ricordo sempre quella volta che nel ‘69 suonai agli Champs Elysees a Parigi. Prima di me c’era un ragazzo sconosciuto che fu molto fischiato dal pubblico. Dopo venne da me per scusarsi di avermi creato guai. Era Elton John».
fonte: ilgiornale.it
Inserito da Mau il 7 giu, 2010 - categoria:
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Dopo la caduta di Rossi, fatto il nuovo intervento. “Vuole tornare a correre”, ha ripetuto Roberto Buzzi, il medico che lo ha operato. In ospedale continua l’assalto dei tifosi
Amici e parenti in visita a Valentino Rossi al Cto. Dalla stanza al sesto piano del padiglione sono passati tra gli altri due noti cantanti e amici del campione, Cesare Cremonini e Jovanotti. I medici hanno tolto il pilota dalla terapia subintensiva, dove era stato portato più che altro per ragioni di privacy. Quando ieri si è liberata una stanza piccola del reparto è stato disposto il trasferimento.
I parenti dei pazienti ricoverati nell’unità operativa hanno descritto un ambiente rilassato, con risate e chiacchiere. Con Rossi c’erano i genitori, la fidanzata Marwa Kalebi, alcuni amici, il team manager della Yamaha Davide Brivio. Due guardie del corpo tenevano sotto controllo l’ingresso. Il campione spera di potersi rimettere e riuscire ad andare a luglio a Barcellona, per il gran premio. Intanto ieri si è fatto portare una televisione per guardare la gara del Mugello.
Il dottor Roberto Buzzi, che lo ha operato sabato, ieri lo ha visitato intorno alle 14. Oggi Valentino Rossi tornerà in sala operatoria, dove verrà controllata la ferita provocata dall’uscita della tibia. E’ stata lasciata aperta e protetta da una garza imbevuta di antibiotici. Se sarà il momento il taglio, di una decina di centimetri, verrà suturato. Resterà ricoverato al Cto per un’altra settimana. Il presidente della Regione Enrico Rossi ha fatto al pilota gli auguri attraverso Facebook: “Da ieri si è affidato al nostro servizio sanitario, pubblico, un nuovo paziente. Sicuramente più famoso, ma certamente non più importante degli altri. Auguri a Valentino Rossi e a tutti i nostri pazienti di “rimettersi presto in sella…”".
La questura ha comunicato i dati dell’attività svolta al circuito di Scarperia (dove sono arrivati 80mila spettatori). Per 23 persone sorprese a scavalcare la recinzione esterna dell’autodromo sono scattati i daspo, con divieto di frequentare i circuiti per 3 anni. Daspo anche per otto bagarini, con divieto esteso anche gli impianti calcistici. In totale polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno arrestato 17 persone per reati vari, contro il patrimonio e per spaccio di droga. Le denunce sono state 46 e 91 segnalazioni per uso personale di sostanze stupefacenti.
Inserito da Mau il 8 mag, 2010 - categoria:
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Ma che bellezza! Il David di Donatello fa proprio piacere,non avrei mai pensato che un giorno avrei potuto vincere un premio cosi’ prestigioso e rigrazio Grabriele Muccino per avermi chiesto di scrivere una canzone per il suo film. Questa canzone non sarebbe nata senza il film, l’ho scritta e realizzata apposta basandomi sulla sceneggiatura di Gabriele quindi mi piace condividere con lui questo David. Lo dedico alle donne piu’ importanti della mia vita (in ordine di apparizione): la mia mamma Viola, la mia sposa Francesca e la mia figlia Teresa”. Cosi’ Jovanotti -raggiunto al telefono a Chicago, dove ieri sera ha chiuso il suo tour nordamericano al Lincoln’s Hall, commenta il David di Donatello per la miglior canzone originale vinto con ‘Baciami ancora’
fonte: adnkronos
Inserito da Mau il 30 apr, 2010 - categoria:
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Some might call Jovanotti Italy’s version of Jay-Z.

The Italian rapper and songwriter would rather be compared to Johnny Cash.
Jovanotti, real name Lorenzo Cherubini, has spent the last two decades establishing himself as one of the most popular and relevant artists in Italian music.
“In Italy, it’s 25 years in which I do music,” the rapper said from New York, where he was rehearsing for his first American tour. “And it’s a big success. Now in the last year, we took this chance of doing little gigs around (New York). For me, it’s very stimulating because it’s like starting again.”
Jovanotti, who performs at the Paradise on Wednesday, went from being a critical whipping boy to Italy’s best-selling artist in 2008, when “Safari” – his third consecutive No. 1 album – sold more than 600,000 copies. Along the way he’s collaborated with artists as different as Bono, the Beastie Boys, Michael Franti and Luciano Pavarotti. But in the United States, an unfazed Jovanotti is starting from scratch.
“In life it’s always good when you find new goals, new stimulations,” he said. “It’s like a new youth because nobody knows me here. I play in small clubs. It gets me in contact with the origin of my job, which is playing in little places in front of a hundred people. The contact is so close and intimate that I like it. I don’t think I’m going to be a popular rock star in the States, but in this new era with the Internet and digital distribution of music, I think it can be easier for a guy like me to have a face here, to do small gigs and have a small market. And that’s what I’m looking for. I’m looking to have fun and make the people want to come see us.”
Language clearly remains an obstacle for an Italian rapper trying to win American fans. But Jovanotti feels it is not insurmountable.
“I grew up listening to rap, hip-hop, funk and American music and I didn’t understand most of the lyrics,” he said. “But the spirit and the feeling of the songs was clear to me. So for me, it’s like a revenge, to speak Italian to someone who doesn’t understand my language. But I trust the idea that they can get the spirit of what I’m saying. Most of the most important operas are in Italian, so it’s not a question of language, it’s a question of good music.”
A middle-aged rap star entering the next phase of his career, Jovanotti’s ambitions are more musical than material.
“I’m 43 now,” he said. “If I want to think about the perfect world, it would be to write some very good songs and try to get old in the best way I can. This is the challenge in music: getting old in a good way. You have choices: you die, or you get old in a bad way. The third chance is to get old in a good way, like Bruce Springsteen or Johnny Cash. My dream is to be like Johnny Cash when I’m 80. I want to be the Italian Johnny Cash.”
from: bostonherald.com
Inserito da Mau il 28 apr, 2010 - categoria:
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di Lorenzo Cherubini

Ad Harvard dove sono stato invitato a raccontare il mio punto di vista su musica leggera e diritti umani parlerà quasi solo di emozioni. Della conoscenza che si acquisisce attraverso le emozioni come qualcosa di diretto e incancellabile. Nessuno può farsi un’idea di cosa siano i diritti umani se prima non vive e non riconosce l’esperienza di essere prima di tutto un umano in un mondo di umani e in questo senso la musica è un mezzo adatto, preciso e anche efficace. Parlo della mia storia di ragazzo che ha visto il mondo trasformarsi in un luogo interconnesso dove siamo in grado di annullare le distanze.
Perché allora la musica? Cosa c’entra la musica con la giustizia sociale, con i diritti umani, con la povertà estrema, con le libertà individuali? La musica c’entra perché la musica, come dire… lo sa. Un musicista all’interno della sua musica fa esperienza di un tipo di utopia realizzata. La musica intesa come luogo dello spirito è uno spazio in cui si realizza un tipo di giustizia che fuori dalla musica non esiste e allora può succedere, anzi succede, che un musicista, un artista senta il bisogno naturale di colmare quella distanza che divide la musica come luogo di equilibrio dalla realtà come spazio di evidenti ingiustizie.
Partiamo da lontano, probabilmente dagli albori del trinomio «musica-protesta giovanile-impegno civile», con un episodio svoltosi proprio nel campus di Harvard, qualche mese prima del raduno storico di Woodstock: il 9 Aprile 1969, circa 300 studenti, membri di Students for a Democratic Society, occupano l’Administration Building di Harvard University. Il 2 ottobre dello stesso anno, un ordigno termonucleare viene testato presso l’isola di Amchitka in Alaska, provocando un’onda d’urto in grado di alterare la superficie terrestre. Preoccupato degli effetti sull’ambiente, viene costituito a Vancouver il Comitato «Don’t make a Wave». Pochi mesi dopo, Joni Mitchell, James Taylor e Phil Ochs promuovono nello storico concerto di Amchitka il Comitato, che presto diverrà noto al grande pubblico sotto il nome di Greenpeace.
Sin dal loro sorgere, i movimenti giovanili della seconda metà del XX secolo sono stati fattivamente coadiuvati dalla musica e dalle «icone» del panorama musicale giovanile nel condurre la loro vivace battaglia per le global challenges. In tal senso, la musica non soltanto ha dato voce a questioni che hanno segnato storicamente la fine del «secolo breve», intriso da ideologie contrapposte, ma ha agito al tempo stesso da avanguardia e cassa di risonanza di problematiche che hanno ricevuto, grazie ad essa, un’attenzione globale. Come non ricordare il LiveAid del 1985 che sincronizzò il battito del mondo a ritmo di musica, al fine di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia? Tale evento, che ha aperto la strada a molte iniziative analoghe di là da venire, è senza dubbio il maggiore esempio di efficacia della musica, tanto sul piano comunicativo quanto su quello, spesso criticato, pratico o dei risvolti reali delle questioni di cui si è fatta portavoce. È nell’arte in genere che si ritrovano i germi della concordia e quelli della semplicità: anche dietro le architetture più complesse, l’arte veicola significati universali.
Guarda il video dell’ingresso di Lorenzo ad Harvard
Inserito da Mau il 27 apr, 2010 - categoria:
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Una lezione in uno degli atenei più importanti d’America. Nessun cantante italiano lo aveva mai fatto
BOSTON – Quel ragazzo fortunato che è Lorenzo Cherubini Jovanotti veste per un giorno i panni del professore di “musica e pace” e tiene oggi una lezione in uno degli atenei più importanti d’America, l’Università di Harvard, a Boston. Nessun cantante italiano lo aveva mai fatto. In un evento organizzato dall’Università del Massachusetts in collaborazione con l’Istituto di cultura del consolato italiano di Boston, Jovanotti parla alla 7 di sera (quando in Italia sarà l’una di notte) di Music And Human Rights, musica e diritti umani. Per spiegare agli studenti di Harvard quali siano “i successi e i limiti” del messaggio di pace portato nel mondo attraverso la sua musica, il suo rap così italiano.
“Un musicista sa, attraverso le sue canzoni, cosa significa sentire l’emozione di un’utopia realizzata. Quell’emozione può essere comunicata”, ha detto l’artista italiano prima di presentarsi all’ateneo. E’ esattamente quello che intende fare, parlare a ragazzi e a professori di quell’emozione universale che è la musica. Jovanotti sa che lì, in quella università, si è laureato il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, Barack Obama. Sa che lì hanno parlato di pace universale personaggi come il Dalai Lama. Non si sente per questo emozionato, anzi.
fonte: ansa.it
Inserito da Mau il 12 apr, 2010 - categoria:
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UNA CONFERENZA SU MUSICA E DIRITTI UMANI

Jovanotti sarà professore ad Harvard. Il 27 aprile Lorenzo Cherubini terrà una lezione-conferenza sul tema “Musica e Diritti Umani”. Sarà la prima volta di un cantante italiano di fronte agli studenti della storica università americana.
Tra la musica popolare e la diffusione e promozione dei Diritti Umani c’è sempre stato un legame forte, che ha attraversato tutti i passaggi storici e sociali dal dopoguerra a oggi. A Jovanotti è stato chiesto di illustrare agli studenti, attaverso la sua esperienza di tanti anni, quale relazione esiste tra la musica popolare e la diffusione e difesa dei Diritti Umani nel Mondo, visto che da sempre il musicista italiano ha legato la sua immagine pubblica a battaglie per i Diritti Umani.
Ad Harvard racconterà la sua esperienza, illustrando i successi e gli insuccessi, le possibilità e le difficoltà, gli entusiasmi e le delusioni. Terrà una vera e propria “lezione” con il punto di vista di un artista che proviene dall’Italia, un paese “perifierico” rispetto ai grandi flussi di informazione globale ma non per questo irrilevante, visto che l’Italia vanta una grande storia di progressi in ambiti sociali e di solidarietà internazionale.
La lezione avrà luogo tra la date del tour in Nordamerica dell’artista che prederà il via il 22 aprile a Washington DC e prevede concerti anche a New York, Filadelfia, Boston, Montreal, Toronto e Chicago.
fonte: libero
Tag:soleluna ny lab
Inserito da Mau il 2 apr, 2010 - categoria:
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Da Valentino Rossi a Jovanotti, per l’inaugurazione all’asta camicie di vip
Una camicia da uomo rinchiusa nell’armadio o da mettere via che rinasce a nuova vita diventando un vestitino, una gonnellina, un pantaloncino per figli e nipoti. Accade a Roma dove Paola Salzano e Flaminia Leoni Skibinski lanciano il nuovo marchio abbigliamento per bambini Byd, inaugurando sabato 10 aprile alle 19, in via Monti della Farnesina 79, un negozio-laboratorio all’insegna del riciclo.
Un’intuizione partita da lontano. «In uno dei miei ultimi viaggi, ho conosciuto in Bangladesh Lavly, una bambina di 12 anni rimasta gravemente ustionata nell’incendio di una fabbrica dove lavorava – racconta all’Adnkronos Salzano – aveva il viso deturpato, le mani ferite. Lavorava 10-12 ore al giorno per 10 euro al giorno in una fabbrica per un marchio americano. E come lei ho conosciuto tanti bambini». Così, una volta tornata a Roma, ha sentito di dover far qualcosa. Diventata mamma, ha usato camicie da uomo per cucire vestitini per la sua figlia e così è nata l’idea di Byd, che veste bimbi da 9 mesi a 8 anni.
Nel negozio – laboratorio entri con la tua camicia con la quale verrà confezionato un vestitino, un abito da bambino. E chi vorrà cimentarsi in prima persona col cucito potrà mettersi alla prova, realizzandolo insieme alle esperte camiciaie.
Proprio continuando a guardare al Bangladesh Salzano e Leoni Skibinski lanceranno sabato 10 aprile la loro collezione Byd: nell’occasione si terrà un’asta il cui ricavato andrà in favore dell’associazione Bangladesh Center for Workers Solidarity, che sostiene i bambini e le lavoratrici in condizioni di estremo sfruttamento.
«Saranno battute all’asta, tra le altre, le camicie personali e autografate di Mogol, Valentino Rossi, Giancarlo Fisichella, Giuliano Ferrara, Paolo Bonolis, Alessandro Preziosi, Raoul Bova, Fiorello, Niccolò Ammaniti e Jovanotti che ci ha dato una camicia dei suoi concerti super personalizzata – conclude Salzano – è un modo per raccontare questa parte più importante del nostro progetto. E devo dire che, con grande piacere, che la risposta è stata pronta».
Si tramandano così camicie di padri e nonni e il riciclo non è certo un particolare da nascondere bensì da esaltare: «un polsino della camicia si trasforma in taschino, le cifre riappaiono sui vestitini». E se si vogliono aggiungere bottoni, abbinarci corpetti, rifiniture o usare altre stoffe è possibile farlo usando nel negozio-laboratorio solo filati made in Italy di prima qualità, assicura Salzano, perché il messaggio è «l’attenzione alla filiera: se proprio devi comprare un vestito nuovo, attenzione da dove viene».
«Noi -conclude- privilegiamo il made in Italy ma dall’estate avremo anche t-shirt indiane super controllate nei tessuti, nella filiera e nella manodopera. Vogliamo dimostrare che si può fare profitto anche nel rispetto delle persone».
fonte: lastampa